Per rispondere alla necessità di focalizzare l’attenzione sulle emissioni di CO2, Carbon Trust ha proposto l’idea della “carbon footprint”, l’impronta sull’ambiente dei prodotti espressa in CO2 equivalente emessa. L’idea di base si scosta leggermente dal LCA:
- si parla di carbonio equivalente, ovvero si include nell’“impronta” il contributo di tutto ciò che può generare CO2 indirettamente (rifiuti inceneriti, gas naturale, ecc.)
- la “footprint” in sè è un specie di LCA ristretta ad un solo elemento, ma nasce per evidenziare lo sforzo delle aziende di ridurne il più possibile l'impatto.
Un’azienda che dopo il calcolo della propria “impronta” dimostra di aver un piano concreto di riduzione delle emissioni (ad esempio tramite riduzione degli sprechi), e che si impegna in progetti ecologici (come acquistare quote di foreste per proteggerle dal taglio) riceve il riconoscimento per tali sforzi: il prodotto viene etichettato “carbon neutral”, in quanto le emissioni di CO2 in atmosfera sono bilanciate da una serie di progetti ecologici che le riducono, magari indirettamente.
La “carbon footprint” ha avuto molto successo negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e si sta progressivamente diffondendo in molto stati al punto che Unione europea e ISO stanno seriamente valutando la possibilità di fare cosa analoga con l’acqua. Auguriamoci di sentir presto parlare anche di “water footprint”.


Da tempo le aziende sono spinte ad aumentare l’attenzione verso gli effetti inquinanti delle loro produzioni, soprattutto grazie alla crescente sensibilizzazione mondiale e ai vari accordi internazionali che impongono limiti ridotti alle emissioni consentite. Tra queste la CO2 è indubbiamente quella dei cui rischi siamo tutti più consapevoli; questo gas non è di per sè inquinante o tossico, ma le massicce quantità emesse nell'atmosfera sono la causa principale dell’effetto serra e di tutti i fenomeni ad esso conseguenti.
