L’acquisto e la vendita di valuta straniera ha un giro di miliardi ogni giorno, ma la volatilità di questo tipo di mercato, caratterizzato dalle speculazioni valutarie, è una minaccia per la stabilità economica: basti pensare alla crisi italiana del 1992 cui seguirono una svalutazione della lira del 30%, due manovre finanziarie e l’istituzione dell’ICI, oppure la crisi asiatica del 1997-98 in cui la forte speculazione di alcuni soggetti finanziari portò all'orlo del collasso l’economia di quella regione.
La tassa sulle transazioni valutarie (TTV) applicata con un tasso così basso andrebbe a produrre un gettito di miliardi di dollari all’anno che potrebbero finanziare numerosi progetti di sviluppo internazionale, primi fra tutti gli “Obiettivi di sviluppo del millennio”. Se invece la valuta di un paese venisse messa “sotto assedio” provocando cambi drastici del suo valore, allora il tasso aumenterebbe di molto (20%) in modo da scoraggiare la prosecuzione delle transazioni ed evitare shock finanziari.
Così descritta la TTV sembra portare solo benefici. Perché non è stata ancora applicata? Molte organizzazioni, in particolare l’ATTAC (Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto dei Cittadini) da anni ne sostengono e promuovono l’introduzione. Al contrario, gli operatori economici, e anche alcuni economisti, vi si oppongono instancabilmente poichè la speculazione nei mercati finanziari è necessaria a garantirne la liquidità, che ne è una caratteristica fondamentale. I “rischi” connessi alla TTV sono un po' sopravvalutati: lo stesso George Soros, che provocò la crisi valutaria del '92, disse che questa tassa avrebbe certamente recato danni ai suoi interessi, ma sarebbe stata positiva per l’economia mondiale.



