Non molto è cambiato nelle premesse rispetto a quanto fu per Copenhagen lo scorso anno.
L'obiettivo principale del vertice è l'intesa su un documento ufficiale che sostituisca il protocollo di Kyoto, in scadenza nel 2012. L'eventualità di un vuoto normativo creerebbe non pochi problemi: da un lato anni di lavoro verrebbero vanificati lasciando poche reali prospettive di poter contrastare efficacemente i mutamenti climatici a livello globale, dall'altro verrebbe compromesso il carbon trading, ovvero il “mercato del carbonio” regolamentato a Kyoto.
Connie Hedegaard, presidente della conferenza del 2009, afferma: “dopo Copenaghen, la mancanza di risultati a Cancún sarebbe inaccettabile e l'opinione pubblica si stancherebbe”; questo pessimismo non è del tutto ingiustificato. Il tema del cambiamento climatico è sempre stato molto controverso: va ricordato che paesi come Stati Uniti e Cina hanno formalmente aderito al protocollo di Kyoto solo in occasione del vertice danese, mentre nella stessa Unione europea alcuni stati membri osteggiano con forza il progetto di innalzamento degli obiettivi di riduzione dei gas serra dal 20% al 30% entro il 2020.
Anche la crisi economico-finanziaria è stata spesso chiamata in causa per giustificare gli sforzi limitati; eppure questa ci ha mostrato come piccole economie abbiano costretto grandi potenze economiche al sacrificio, per evitare esse stesse il crollo finanziario. Una lezione trasversale, che non vorremmo venisse dimenticata troppo in fretta.
Attendiamo dunque Cancún, speranzosi ma consapevoli.


Cancún, Messico, sarà la location che dal 29 novembre al 10 dicembre prossimi ospiterà la sedicesima conferenza dell'ONU sul cambiamento climatico (COP16 / CMP6); delegati e rappresentanti da tutto il mondo si riuniranno ancora una volta per raggiungere un accordo comune sugli obiettivi di riduzione dei gas serra. Le intenzioni dichiarate sono positive, ma forse è la fiducia in una sottoscrizione vincolante a mancare.
