L'Unione europea alla prova dei rom

Lunedì 27 Settembre 2010

I rom sono entrati al Consiglio europeo. L'occasione si è presentata all'ultimo vertice dei leader, lo scorso 16 settembre. Il faccia a faccia tra il Presidente francese Nicolas Sarkozy e il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso sulla “questione rom” ha alzato il sipario su quella che potrebbe rivelarsi la più grande sfida che l'Unione abbia mai dovuto affrontare: dimostrare che la crescita a cui aspira non è solo a livello economico.

 

L'espulsione di rom bulgari e romeni dalla Francia nello scorso luglio ha creato un precedente pericoloso, che potrebbe minare alcuni dei principi contenuti nella Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea.

Il numero di rom presenti sul suolo dell'Unione è stimato tra i 7 e i 10 milioni di individui (tra i 60 i 150mila in Italia, nda), una “minoranza transnazionale”, come è stata definita, con incidenze fino al 10% nella popolazione dei vari stati, che sono a tutti gli effetti cittadini europei. Come tali godono del diritto alla libera circolazione all'interno delle frontiere, per cui il trasferimento di cittadini di uno stato membro da parte delle autorità di un altro stato membro si profila come un fatto di ancor maggiore gravità.

 

I casi di persecuzione e discriminazione ai danni di questa etnia non sono una novità. Oggi però sempre più frequentemente sono vittime di spedizioni punitive, omicidi, violenze e criminalizzazioni. Fatti che si susseguono (questi sì, purtroppo) indiscriminatamente in tutta Europa, e a cui i governi rispondono per la maggior parte praticando espulsioni collettive o con proposte inaccettabili, come quella fatta poco più di due anni fa dal ministro dell'Interno italiano di prendere le impronte digitali ai residenti nei campi nomadi; soluzioni chiaramente inadeguate e prova di una scarsa volontà di affrontare il problema con coscienza, a fronte dei 20 miliardi di euro stanziati dal 2003 ad oggi per l'integrazione.

 

Ferma restando la sovranità di ciascun paese sul proprio territorio nazionale è giunto il momento che le istituzioni preposte al governo dell'Unione, a maggior ragione dopo l'entrata in vigore (1 dicembre 2009, nda) del trattato di Lisbona, si impongano nel far rispettare le leggi europee che tutelano i diritti di tutti i suoi quasi 500 milioni di cittadini, rom compresi.

Se davvero si vuole che il motto “unita nella diversità” diventi una realtà è necessario da parte di tutti, elettori e rappresentanti, un cambio di prospettiva: riconoscersi cittadini europei, e come tali cominciare ad agire. La sfida, e il senso stesso dell'Unione europea, è qui.

 

Scritto da: Andrea

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