Franco Basaglia e la legge 180

Mercoledì 16 Giugno 2010

legge 180 e volontarietà dei trattamenti sanitariIl 29 agosto di quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario della morte di Franco Basaglia, psichiatra italiano che dedicò gran parte dei propri studi alla tematica del trattamento sanitario obbligatorio per i soggetti afflitti da malattie mentali, argomento trattato nel corpus della “legge 180/78”, passata ai posteri proprio come “legge Basaglia”.

 

Lo psichiatra veneto, laureato in medicina e chirurgia all’Università di Padova e specializzatosi poi in malattie nervose e mentali, è stato portatore di una rivoluzione di non poco conto nell’ambito dello studio della malattia mentale in Italia, introducendo il concetto di volontarietà dei trattamenti sanitari che, fino alla promulgazione della legge nel 1978, consistevano principalmente in terapie dal carattere strettamente farmacologico, in un contesto in cui il legame empatico tra paziente e medico curante era del tutto inesistente e massiccio era l’utilizzo di rimedi come la camicia di forza e l’elettroshock.

 

Dal 1961, alla guida dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, Basaglia cercò di mettere in pratica i concetti filosofici da lui studiati e adottati come linea d’azione, in ambito filosofico e successivamente pratico: dottrine come il Positivismo, l’Esistenzialismo e la Fenomenologia vengono rielaborati dallo studioso e adattati alla realtà sociale e medica da lui osservata giorno dopo giorno.

 

L’azione di Basaglia si preoccupava di agire soprattutto a livello sociale, e a più livelli: oltre alle evidenti carenze strutturali che affliggevano i manicomi all’epoca, andava combattuta, per lo psichiatra nato a Venezia nel 1924, la concezione che si aveva del malato mentale: concezione che andava a coincidere con la totale negazione dei diritti e delle capacità del paziente di interagire con il medico per giungere alla guarigione, da ottenere esclusivamente attraverso la somministrazione di farmaci.

 

La legge entrata in vigore nel maggio del 1978 comportò la graduale chiusura dei manicomi, considerate all’epoca come delle case di detenzione in cui vigevano metodi spesso violenti, e la loro conversione in cliniche psichiatriche in cui venivano riconosciuti ai pazienti i diritti fondamentali e la possibilità di stabilire un dialogo con il personale medico: al centro del disegno di legge sta il concetto di consenso e partecipazione da parte del paziente rispetto a tutte le terapie che questo si troverà ad affrontare nel corso della degenza ospedaliera, ritenuta obbligatoria solo in caso di interventi terapeutici non rimandabili.

La natura retroattiva del provvedimento, come si legge nell’articolo n°8 del disegno di legge, regolava l’atteggiamento da tenere nei confronti di quei pazienti già ricoverati al momento dell’entrata in vigore della legge.

 

Il provvedimento legislativo venne adottato secondo metodi diversi dalle varie regioni, motivo per cui la situazione si dimostrò da subito assai eterogenea: un panorama uniforme si è potuto osservare solo negli ultimi quindici anni, senza escludere, però, che strutture molto simili ai vecchi manicomi possano ancora esistere.

 

Scritto da: Davide

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