Teleriscaldamento: la scoperta dell’acqua calda

Domenica 21 Marzo 2010

All’inizio fu Brescia: la città lombarda, agli inizi degli anni ’70, fu la prima in Italia a dotarsi di impianti di teleriscaldamento, seguendo una moda che si andava diffondendo nei Paesi dell’Europa del Nord.
Questa tecnica si basa sull’utilizzo di tubature metalliche isolate ed interrate: trasportando acqua calda (con una temperatura che si aggira tra gli 80° ed i 90 °C) e vapore è possibile scaldare ambienti anche molto distanti tra loro, riconducendo poi il flusso d’acqua alla stessa centrale da cui questo è partito. Attraverso uno scambiatore di calore (da acqua ad acqua o da acqua a vapore) il liquido, arrivato in corrispondenza dell’ambiente da riscaldare, aumenta di temperatura e produce energia termica. Un sistema di produzione energetica di questo tipo si basa sul concetto di cogenerazione: la possibilità, cioè, partendo da una fonte fossile o rinnovabile, di produrre contemporaneamente diverse forme di energia secondaria, come quella elettrica, meccanica o termica.

 

 

Il dibattito su questa forma di produzione energetica riporta alla memoria le recenti polemiche sulla possibile realizzazione in alcune città italiane dei termovalorizzatori (o inceneritori, come spesso vengono chiamati): il calore prodotto attraverso la combustione dei rifiuti verrebbe utilizzato per produrre vapore, da impiegare poi nel ciclo energetico tipico del processo di teleriscaldamento.

Il decreto legge del 29 dicembre 2003 ha come scopo, tra gli altri, quello di favorire la costruzione di impianti di micro generazione elettrica alimentati da fonti rinnovabili, producendo quantità di energia da sfruttare soprattutto nelle aree agricole montane: questi impianti devono fare i conti con l’ostilità degli abitanti delle aree individuate per la realizzazione delle centrali, che considerano questi interventi ancora troppo invasivi nei confronti dell’ambiente. Le problematiche più rilevanti, tuttavia, restano quelle relative alla dispersione del calore durante il tragitto dalle centrali ai luoghi da riscaldare: si calcola che tale dispersione possa arrivare fino al 16% del calore immesso nella rete.

 

I rifiuti, a causa del loro basso potere calorifico, non risultano essere un buon combustibile: per questo motivo, un termovalorizzatore difficilmente potrà raggiungere i livelli di produttività energetica di una “normale” centrale elettrica. I livelli di efficienza di una centrale di micro generazione sono stati stabiliti dall’EPA (Environmental Protection Agency) che li misura confrontando l’energia prodotta alla fine del processo con quella immessa nel sistema prima che il processo abbia inizio. L’ente ambientale statunitense, nel calcolo dell’efficienza di sistemi di cogenerazione, deve tenere conto di entrambi gli aspetti energetici in ballo: quello elettrico e termico.

Rispetto alle centrali termoelettriche tradizionali, gli impianti in grado di lavorare attraverso il meccanismo della cogenerazione risultano nel complesso più efficienti: in grado, cioè, di produrre una quantità di energia maggiore utilizzando una quantità di combustibile minore. Quel che resta proibitivo è la conversione dei motori delle centrali termoelettriche in macchinari in grado di effettuare la cogenerazione.

 

Riportando il discorso al “semplice” teleriscaldamento, i costi non sono poi tanto diversi dal tradizionale riscaldamento a metano: ma è proprio ai costi che bisogna pensare per cercare di spiegare la mancata diffusione di questo processo di produzione energetica. Se dal punto di vista ambientale il teleriscaldamento risulta ovviamente più pulito rispetto ai sistemi che sfruttano gasolio e metano, basando il proprio meccanismo sull’acqua, tale business mal si coniuga con i grandi interessi in ballo nella distribuzione delle fonti non rinnovabili e per questo più preziose.

 

Scritto da: Davide

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