Il pescatore del Tamigi

Domenica 07 Novembre 2010

Lettera aperta del 5 novembre 2010

 

A volte è bello (e utile) rileggere i libri che hanno accompagnato la propria adolescenza. Se ce n’è uno che ritroviamo sempre con piacere è l’umoristico “Tre uomini in barca” di J.K. Jerome. La trama è nota: i tre amici Jerome (l’autore stesso), Harris e George decidono di risalire il Tamigi viaggiando, per giorni, sulla loro imbarcazione, scorrendo lungo le campagne inglesi, e vivendo un crescendo di inattese avventure e paradossali situazioni strappa risate.

 

Insuperabile è il capitoletto in cui si parla dei “pescatori del Tamigi”. Leggiamone uno stralcio; chi parla in prima persona è Jerome, la voce narrante del libro.

 

“[…] I dintorni di Streatley e di Goring sono famosi per la pesca. V'è la possibilità di pescarci magnificamente. In quel punto il fiume è ricco di lucci, di ghiozzi, e di anguille; potete accomodarvi a pescare per tutta la giornata.

Alcuni lo fanno ma non prendono mai niente. Non ho mai conosciuto un cristiano che abbia pescato qualcosa nel Tamigi, eccetto qualche invisibile pesciolino e gatti morti, ma ciò non ha niente a vedere con lo sport della pesca! 

La locale guida del pescatore non accenna affatto al pescare qualcosa, si limita a dire che "il punto è un buon punto per pescare"; ed io, per quanto ho visto lì intorno, sono pronto ad appoggiare questa dichiarazione. 

In tutto il mondo non c'è un altro posto in cui potete pescare di più o per un più lungo tempo. Alcuni pescatori vengono qui e pescano per una giornata, altri ci si fermano a pescare per un mese. Potete stabilirvi qui e pescare per anni, se vi pare, è sempre lo stesso. 

La "Guida del pescatore nel Tamigi" afferma che in questo luogo si pescano il luccio e il pesce persico; ma qui la guida si sbaglia. 

Forse il luccio e il pesce persico ci sono da quelle parti. Anzi, ne ho la prova. Infatti, li potete vedere benissimo sul bassofondo, quando andate a spasso lungo gli argini; essi arrivano a spingersi a metà fuori dell'acqua con la bocca aperta in attesa di qualche briciola di biscotto. Se poi fate un bagno lì vi si ammassano d'intorno, vi si mettono fra i piedi e vi fanno perdere la pazienza. Ma se si prova a pescarli col verme e l’amo o roba simile, non abboccano. 

Io, personalmente, non sono un buon pescatore. Vi fu un momento in cui dedicai molto tempo a questo sport e stavo facendo progressi, credo; ma un vecchio pescatore mi disse che non sarei mai diventato un campione e mi consigliò di rinunciare. Disse che io ero un lanciatore ottimo e che sembrava che ci fossi molto portato, oltre a possedere la necessaria pigrizia costituzionale. 

Tuttavia egli era certo che come pescatore non sarei mai riuscito a nulla. Per insufficienza di immaginazione. 

Disse che avrei potuto dare buoni risultati come poeta, o come scrittore di romanzi gialli, o come reporter o roba del genere, ma che per farsi un nome come pescatore del Tamigi occorre fantasia più fertile, maggior capacità di invenzione di quanto sembrassi possederne io. 

Molta gente crede che tutto quello che occorre per fare un buon pescatore sia la capacità di dire facilmente le bugie senza arrossire, ma questo è un errore. La bugia semplice è sfrontata e inutile; l’ultimo dei principianti sarebbe capace di farlo. Il pescatore sperimentato lo si riconosce, invece, nei dettagli circostanziali, nei tocchi di abbellimento e di verosimiglianza, nell'espressione di persona scrupolosa, quasi pedante e veritiera. 

Chiunque può dire: - Sentite, ieri sera presi quindici dozzine di lucci - Oppure: - Lunedì scorso tirai a terra un ghiozzo di circa dieci chili che misurava novanta centimetri dalla testa alla coda. 

Per questo genere di discorsi non occorre arte, non occorre ingegno. Tuttalpiù essi dimostrano temerarietà. 

No, il pescatore finito si vergognerebbe di dire una bugia di questo genere. Il suo metodo è scientifico. [...]”

 

Amiamo il vino alla follia e con tenacia ci applichiamo per migliorare la nostra confidenza all’assaggio e le nostre conoscenze. Lo facciamo prima di tutto bevendo e degustando ripetutamente vini di tutte le zone del mondo, di diversa tipologia e con diversi stili e filosofie produttive. Non crediamo di essere perfetti ma cerchiamo di approssimarci il più possibile alla totale mancanza di pregiudizi, ben consapevoli di quali tendenze abbia la nostra soggettività ma nella convinzione che il giudizio personale vada sempre educato affinando la propria sensibilità estetica e interpretando l’empatia che si instaura tra il vino nel bicchiere e i nostri organi di senso. Attraverso una competenza tecnica sempre più sicura e consapevole ci sforziamo di non considerare vista, olfatto e gusto solo come “finestre” attraverso cui il mondo esterno imprime i suoi segni sulla nostra memoria, ma anche (e soprattutto) come “scandagli” per capire, cercare, scoprire ed esprimere un giudizio con maggiore efficacia e serenità. Riteniamo che sia questo l’unico modo per entrare in contatto con l’“anima” del vino, che altro non è se non il (fenomenologico) dispiegarsi della sua autentica essenza nel mondo fisico attraverso i modi della sensibilità.

 

In virtù di questo ordine di idee e pur amanti dell’autenticità, non diremo mai che un vino palesemente difettoso, puzzolente o mediocre va apprezzato in quanto “naturale”, “biodinamico”, “vero” o “tipico” che dir si voglia. Non negheremo l’evidenza delle cose interpretando anomalie sensoriali come improbabili e fittizie mineralità dovute ad una pretestuosa aderenza al terroir o a metodi produttivi definiti sostenibili o ecocompatibili; né accetteremo la mancanza di piacevolezza accampando sofisticate congetture filosofeggianti. Il motivo per cui non lo faremo è lo stesso per cui nemmeno noi, come Jerome, saremmo mai in grado di diventare bravi “pescatori del Tamigi”: non abbiamo abbastanza immaginazione, né fantasia fertile, né sufficiente capacità d’invenzione.

 

 

P.S.: Lo sappiamo che alcuni di voi ci stanno leggendo con il sorrisetto dalemiano di chi la sa lunga e lo sguardo indulgente di chi compatisce la miope limitatezza di quelli come noi che, secondo loro, non hanno il naso e il gusto pronti al differente “nobile” approccio con questi vini. Ce ne faremo una ragione.

In realtà, nemmeno noi siamo immuni al fascino dell’imperfezione, ben consapevoli di come alcuni “difetti semi-subliminali” possano contribuire ad aumentare la complessità, l’interesse, l’unicità e la gradevolezza di un grande vino; ma non devono mai, nella maniera più assoluta, essere predominanti. La mediocrità non è mai un valore.

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