Non esiste più la critica gastronomica

Giovedì 01 Luglio 2010

Lettera aperta del 30 giugno 2010

 

Prendiamone atto, non esiste più la critica gastronomica di una volta. E non è un nostalgico adagio che nasconde l’amenità di un falso mito. Ci riferiamo a quella fatta di contenuti, certo, ma anche di prose suadenti ed eleganti che, con estrema semplicità, sapevano esaltare, con rispetto, le eccellenze di un territorio, le peculiarità di un vino o di un prodotto tipico, la bravura e l’inventiva di un cuoco, lo star bene in un ristorante, l’aver passato una notte soddisfacente in un albergo; in poche parole di qualità della vita.

Se del caso non risparmiava critiche negative, indignazioni, valutazioni di biasimo o stroncature che, comunque, non uscivano mai dai binari di una signorile ed educata discrezione e, soprattutto, scaturivano palesemente da un edonistico giudizio soggettivo. Emanavano uno spessore culturale in grado di far proliferare una sensorialità “buona”, che quasi abilitava a stimolare, con la sola lettura, i nostri sensi.

 

Forse sappiamo quale fosse il segreto di figure come Paolo Monelli, Gino Veronelli, Gianni Brera, Mario Soldati, Giuseppe Maffioli, Vincenzo Bonassisi (solo per citare alcuni dei più famosi). Erano prima di tutto dei “consumatori” e dei “clienti”, quelli che, con un termine spesso confuso, identificano il vero gourmet, cioè colui che, prima di tutto, ama mangiare e bere bene e diventa esperto frequentando assiduamente ristoranti ed enoteche, con l’abitudine di pagare il conto.

 

Oggi è aumentato in modo esponenziale il numero di chi parla e scrive di “mangiarebere”, tutta gente (con poche eccezioni) che ha fatto il percorso opposto; prima si autodefiniscono depositari della verità rivelata in campo di vini e cibo, poi cercano disperatamente di trovare un modo per farne una professione, e solo alla fine cominciano a frequentare ristoranti e cantine con l’alterigia di censori. Masturbatori di calici di vino e succhiatori di cibo da spatolare all’interno della bocca, con masticazioni, risucchi e sussulti mandibolari destrutturanti, scrivono articoli noiosi nei quali il loro ego non gli permette di limitarsi ad esprimere una valutazione sensoriale, ma li spinge a piccole lezioni di tecnica culinaria ai cuochi e di viticoltura-enologia ai vignaioli.

 

E poi, secondo voi, personaggi come quelli citati sopra accetterebbero di andare a fare disinformazione in trasmissioni televisive come quella serale di La7 “Chef per un giorno” in cui valutare menu preparati da vip dello spettacolo? Qualcuno, provocatoriamente, ha detto che è una cosa normale che in un mondo dove i cuochi fanno sempre più gli uomini di spettacolo, gli uomini di spettacolo comincino a fare i cuochi. Mah! Noi ci vediamo costretti ad augurare lunga vita ad Enzo Vizzari e a emozionarci leggendo le rare recensioni che Camillo Langone sa regalarci nella rubrica “Bengodi” del Foglio di Ferrara.

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