Al di là del contenuto specifico dell’articolo il dato sensibile è l’accostamento così diretto tra il famoso spumante italiano e quello spagnolo. Ci spieghiamo meglio. Il Prosecco sta vivendo un momento di grande successo di consumi, mercato, moda, critica di settore sia in Italia che oltre confine. Il mercato americano, fino a oggi solida roccaforte del consumo di Champagne, si sta convertendo sempre di più alle fresche, piacevoli, delicate e semplici bollicine italiane. In virtù di tale consenso sempre più produttori inseriscono il Prosecco nella loro proposta vini, anche quelli che non si trovano propriamente nella classica zona di produzione.
Anche in virtù di queste esigenze, oltre che a quelle di salvaguardia della denominazione, è stata recentemente variata la normativa che oggi permette di produrre e piantare Prosecco DOC nelle province orientali del Veneto e in tutto il Friuli Venezia Giulia. Conseguenza è che la maggioranza dei reimpianti che riguardano tali zone si stanno concentrando su questo vitigno, con l’ulteriore conseguenza che tra qualche anno ce ne sarà molto di più sul mercato di quanto sia disponibile ora.
Gli addetti ai lavori non sembrano preoccuparsene, convinti come sono che la richiesta e il consumo di Prosecco continuerà ad aumentare e moltiplicarsi nel prossimo futuro e interesserà sempre nuovi mercati. Basano questo ragionamento sulla convinzione che il successo attuale dipenda dalle sue caratteristiche sensoriali, difficilmente replicabili da altri vini. E purtroppo è qui che casca l’asino. La realtà dell’improvvisa impennata del fenomeno Prosecco è inquadrabile nel più generale successo dei vini spumanti (quelli leggeri in particolare) sempre più in voga perché adatti al modo attuale di consumare il vino (fuori casa, come aperitivo e da parte di un pubblico che, non consumandolo abitualmente, cerca gradazioni alcoliche contenute). Chi frequenta gli Stati Uniti sa benissimo che il crescente consumo di questo vino è dovuto solo in pochi casi ad una richiesta specifica; molto più decisivo si è rivelato il prezzo alla vendita molto più concorrenziale rispetto allo Champagne, divenuto troppo caro con il progressivo indebolimento del dollaro sull’euro. Tutto ciò fa supporre che se in un’altra zona enologica del mondo (Cava?) saranno in grado di produrre un buon spumante a prezzi concorrenziali rispetto a quelli del Prosecco tutto l’ingranaggio che è stato messo in movimento potrebbe subire un pericoloso punto di arresto, con danni economici rilevanti.
Siamo altrettanto sicuri che, per il momento, nessuno si curerà di questo possibile scenario; tutti sono troppo impegnati a godersi il successo di oggi e nessuno (o quasi) pensa al domani quando i nuovi vigneti entreranno in produzione. No, non siamo né uccellacci del malaugurio, né ci atteggiamo a cassandre, ma se c’è una regola che, riguardo al vino, non potrà mai essere smentita è quella della “lentezza”, e neanche la modernità è mai riuscita a corroderla. Anzi l’affaire Prosecco diventerà, suo malgrado, una metafora vinosa del fallimento del mito del “progresso continuo”, che si dimostrerà, ancora una volta, “pensiero debole”.


