Il libro di Edmondo De Amicis intitolato semplicemente "Il vino" fu pubblicato per la prima volta nel 1890 e ripreso dalla Robin Edizioni nel 1991. Il testo è tratto da un intervento che lo stesso scrittore tenne, alla fine del 1800, per chiosare una serie di "Undici conferenze pubbliche intorno al vino" che egli stesso organizzò in quel periodo a Torino. L'evento ebbe grande successo un po' per l'originalità dell'argomento, un po' per la fama dei conferenzieri che De Amicis invitò a relazionare. Si trattava di insigni studiosi (i professori Graf, Corrado, Bizozzero, Mosso, Cossa, Arcangeli, Lessona, Cognetti, Lombroso e Giacosa) che parlarono del vino secondo vari punti di vista cioè nella sua relazione con la leggenda, le lettere, la salute, la fisiologia, la botanica, la chimica, la storia naturale, col commercio, col delitto, con la poesia.
L'intervento conclusivo dell'autore di "Cuore" rigurdava invece gli effetti psicologici del vino e come esso agisca sull'intelligenza, sull'immaginazione e sul sentimento.
Nella prima parte del suo intervento l'autore cerca di descrivere quali siano gli "effetti generali" che il vino produce durante il suo consumo. Non parla del vino consumato quotidianamente ma delle bevute tra amici che, avvicinandosi all'ebbrezza, aiutano le persone a rilassarsi dai malanni della vita ma possono anche rappresentare un momento di riflessione e sentimenti impensato. Se infatti l'ebbrezza può essere considerata una malattia, essa è molto breve e di guarigione sicura. Trascurando gli effetti sgradevoli che può avere, De Amicis si concentra con interesse sulla "successione continua di stati d'animo diversi" che si verifica.
Dopo un pò di convivialità annaffiata con del vino, le preoccupazioni che prima attanagliavano la mente se ne vanno e si comincia ad avere più fiducia sulle proprie possibilità e sulla fortuna. La percezione delle cose diventa lucida, la parola facile, il dialogo con gli amici inarrestabile. Si disquisisce di qualunque argomento con facilità e con ordine anche riguardo a realtà o settori che non sono propriamente i nostri. La discussione conviviale non diventa motivo di screzi; le idee diverse vengono smussate, "a ciascuno si concede qualche piccolo trionfo di amor proprio" e il tutto si svolge in un clima di profondo rispetto e cortesia quasi a non volere rovinare un momento cosi bello e distensivo. A questo punto ognuno dei membri del simposio comincia un percorso interiore personale che coinvolge da un lato la situazione stessa che sta vivendo in compagnia, dall'altro i suoi pensieri personali i fatti della sua vita privata che sovvengono nella sua mente.
Con compagni ed amici si instaura un rapporto di complicità che pare sempre più coeso. "Chi è contento è benevolo"; così dice l'autore per spiegare come non si risparmino assolutamente complimenti e reciproci apprezzamenti sulle qualità dei presenti, quando saranno finite, si tireranno in ballo anche le amicizie d'infanzia, di gioventù o verso altre persone non presenti, tutte comunque da apprezzare e rivalutare. Anche le faccende personali del singolo, con l'allegria, cominciano ad assumere sfumature sempre positive; tutto diventa possibile. Le aspirazioni che prima sembravano solo illusioni, ora sembra possano diventare realtà. Si attinge nuova carica col proponimento di rimetterci all'opera l'indomani per realizzare progetti e superare le difficoltà.
Secondo l'autore la soddisfazione e la carica che la persona prova in questi frangenti ha un'ultima caratteristica: far scoccare "la scintilla della creazione"; la grande impresa per l'ardimentoso e il grande poema per il poeta. In generale si respira aria di rinascita, di rinnovamento, ci si sente ancora in grado di provare e cercare sensazioni e sentimenti e "e quando s'urtano tutti i bicchieri, in quell'incrociamento di evviva e saluti... non si vedono che occhi scintillanti e bocche che sorridono - ah - par che cominci un'era nuova per il genere umano."
Nella seconda parte De Amicis si ferma a spiegare come il vino produca sensazioni diverse a seconda della "disposizione d'animo" in cui ci troviamo mentre lo beviamo. L'autore si sofferma nella descrizione dei principali casi tipici che scaturiscono dal diverso atteggiamento col quale una persona si avvicina al vino.
Il primo è quello che ben si adatta al famoso adagio "in vino veritas" e riguarda coloro che, a causa dell'ebbrezza, tendono a parlare a sproposito rivelando segreti, pensieri e giudizi che altrimenti terrebbero generosamente nascosti senza rendersi conto della gravità e delle conseguenze alle quali potrebbero andare incontro.
Il secondo è l'atteggiamento di coloro che hanno il "pudore del vino" cioè persone solitamente chiuse, introverse e circospette che acuiscono questo loro modo di essere diventando taciturne, pesando le parole e assumendo un atteggiamento greve e solenne come se stessero bevendo dell'essenza miracolosa.
Il terzo si presenta alla stregua di un "sentimento cavalleresco" che pervade persone solitamente mediocri e schive le quali, per effetto del vino, si sentono investite del dovere di aiutare i bisognosi, sedare soprusi e denunciare apertamente le ingiustizie scoprendo e sviscerando dal loro animo l'atteggiamento ardimentoso che nella vita di ogni giorno certo non hanno.
Il quarto riguarda quelli che l'autore definisce "Arcadi dell'ebbrezza" cioè persone, solitamente sobrie e discrete nelle quali scaturisce una voglia di solitudine contemplativa che li porti ad apprezzare meglio la bellezza del dono della vita e la grandezza della natura.
Il quinto è forse l'opposto del precedente. De Amicis lo descrive paragonando le persone che lo rappresentano all'"uomo delle folle" di Edgar Allan Poe, che ha un'indole inquieta e ardente e che, provando immenso beneficio quando è pervaso dall'ebbrezza, cerca di prolungarla il più possibile coinvolgendo quante più persone riesce.
Il sesto è il caso del "vino amoroso" e riguarda quelle persone che bevendo ricordano e sognano sensazioni e sentimenti amorosi passati o immaginari sui quali crogiolarsi e ai quali aspirare. Si tratta spesso di uomini abitualmente austeri e quadrati che si abbandonano piacevolmente senza preoccuparsi dell'opinione altrui.
Il settimo riguarda invece quelle persone che riescono a eccitare ed esprimere le loro "facoltà intellettuali". Si tratta di individui dall'aspetto mediocre, incolto e rozzo che disinibiti dal vino tirano fuori il coraggio di interloquire su ogni argomento senza paura di essere giudicati, tanto da parere assolutamente irriconoscibili a chi li conosce.
L'ottavo è il caso dell'ebbrezza "istantanea" di chi non è abituato a bere e non regge l'alcol, che comincia subito a mettersi in ridicolo compiendo azioni e balbettando discorsi che, da sobrio, mai avrebbe fatto.
Il nono caso è quello dell'ebbrezza "malinconica" che colpisce determinate persone specie le più sensibili, le quali si racchiudono in se stesse e nelle loro meste sensazioni. Non è vera tristezza ma, piuttosto, "giovialità vestita di bruno" sensazione simile alla vertigine che si può provare nel leggere una triste poesia.
Al di fuori di questi casi che si racchiudono nella definizione francese "le vin bon enfant", situazioni cioè in cui una bevuta prende più sfumature di rilassamento e allegria che di patologia c'è il cosidetto "vino cattivo". Chi ricorre al vino per dimenticare e per consolarsi da odio, rancore, irritazione, in esso non troverà né rilassamento né allegria. In questo caso anche se il corpo arranca, la mente rimane lucida; "il vino non fa che accrescere l'irritazione, la quale irritazione accresce le forze per resistere al vino" e fa in modo che si beva in misura maggiore. A queste persone ben si addice il nome che gli Indiani danno agli ubriachi: ramyan che significa appunto arrabbiato. Questo è il vino cattivo che può essere solo foriero dei più grandi mali per l'uomo perchè lo trasforma in una bestia spesso incapace di raziocinio e di controllare le sua azioni e le sue pulsioni violente.
Nella terza parte del libro De Amicis parla dei diversi effetti del vino in base all'"età del bevitore". Nella prima gioventù gli effetti sono massimi dato che essa stessa come disse Goethe è "un'ebbrezza senza vino"; aggiungendovi anche del vino sarebbe, per dirla con Seneca, una "volontaria pazzia". Basta pochissimo vino per tirar fuori l'ardore, lo slancio e l'audacia che sono proprie della giovinezza. Più tardi, verso i 40 anni la ragione permette di dominare meglio gli effetti del vino; si ha un'ebbrezza più controllata lontano dagli eccessi e dal giudizio della gente, felici o scontenti di quello che si è, ma consapevoli che la giovinezza non tornerà più. Nei vecchi per i quali il gusto è praticamente l'unico senso ancora vivace, l'ebbrezza è un puro e semplice piacere fisico attraverso il quale non è più possibile sperare nel futuro, ma semmai addolcire il ricordo dei tempi passati.
Si passa poi all'analisi degli effetti del vino sull'intelligenza, o meglio sulla capacità di ragionamento e argomentazione dell'individuo. L'autore spiega dettagliatamente i vari passaggi nei quali il bevitore vede pian piano offuscarsi la sua capacità di dialogo e ragionamento e descrive la sua lotta interiore per cercare di rimanere padrone a sè stesso, intervallando momenti di breve lucidità, a momenti di nebbia profonda che fatalmente lo porteranno a parlare inconsapevolmente a sproposito. Dopo l'ebbrezza l'uomo avrà il suo momento di profonda catarsi spirituale in quanto, sentendosi in colpa per gli eccessi a cui si è abbandonato, sarà spinto ad azioni positive che possano affrancarlo.
De Amicis si sofferma poi sugli effetti del vino sul lavoro intellettuale, l'unico a suo avviso sul quale sia possibile chiedersi se l'ebbrezza giovi o meno. Egli esprime dei dubbi sul fatto che tutti i grandi letterati abbiano composto le loro opere sotto stato di ebbrezza dato che questo influenzerebbe le doti intellettuali relativamente ad intuizioni particolari e al fantomatico colpo di genio, che scaturirebbe dentro l'animo dell'artista solo in condizioni tra il cosciente e l'incosciente. In realtà l'ebbrezza spesso offusca la realtà e, anche se è vero che si possono avere buone intuizioni, non si riuscirà certamente a comporre un'opera o una poesia. Non è possibile senza la mente lucida vestire un'opera letteraria con stile e forma appropriate perchè per farlo sono necessarie attenzione e ragionamento. Lo stesso scrittore o poeta che scrive ebbro rivaluterà l'importanza di ciò che ha composto quando lo rileggerà rinsavito.
Analizzati gli effetti psicologici momentanei del vino si passa poi all'analisi degli effetti lenti e durevoli cioè l'azione che esercita sul carattere e sulla vita dei bevitori. Molteplici sono le ragioni per cui una persona comincia a consumare il vino: casuali, legate alle tradizioni di famiglia, per curiosità, per piacere, ecc. Ad un certo punto però i bevitori si dividono fondamentalmente in due categorie: la prima è fatta di coloro che si trasformano da bevitori a golosi, l'altra di coloro che diventano "ingordi del vino".
La prima categoria è fatta di coloro che godono veramente il vino, che passano dal berlo al degustarlo, a ricercarne le qualità e le differenze organolettiche. L'autore mette in evidenza la cura e l'enfasi con la quale si preparano alla degustazione di un vino e la profonda ricerca con la quale coinvolgono tutti gli organi di senso per apprezzare il prezioso nettare dell'uva. Afferma anche che "non si sa se dobbiamo sdegnarci che l'uomo, capace di soddisfazioni altissime della mente e del cuore, metta nel godimento di simili piaceri tutta l'anima sua, o ammirare piuttosto la prodigiosa delicatezza della macchina umana che sente tutti quei piaceri".
La seconda categoria è quella di chi fa dominare tutta la sua vita dal vino. De Amicis descrive minuziosamente le sensazioni di dipendenza e impotenza in cui si trova l'alcolizzato, situazione che descrive esattamente quella che potremmo individuare al giorno d'oggi anche per i tossicodipendenti.
Dopo aver analizzato gli effetti individuali del vino, si passa a considerare quelli sulla società. L'autore propone una affrettata teoria secondo la quale il vino avrebbe a suo modo condizionato anche la storia in quanto molte azioni, amicizie, imprese, litigi, accordi sarebbero stati legati a situazioni nelle quali il vino aveva avuto un ruolo importante.
In conclusione la domanda d'obbligo: sono più i pregi o difetti del vino? Arguto ciò che scrive di De Amicis il quale, pur dichiarando che non spetta a lui dar risposta, propone una distinzione basata sul confronto fra le opere di due pittori della scuola olandese del 1600 che attinsero nel vino fonte di ispirazione. Nei quadri dello Steen "è rappresentata l'orgia ignobile, che sostituisce all'allegrezza della famiglia il baccano della taverna: visi instupiditi, atteggiamenti osceni, braccia cascanti che il giorno dopo non lavoreranno, case disordinate che rivelano un disprezzo abituale di ogni dignità e di ogni gentilezza". Nei quadri di Van der Helst sono rappresentati dei banchetti gioviali, dove cittadini di tutti gli ordini dello Stato si fanno dei brindisi e conversano fraternamente; "qui le persone appaiono eccitate ma composte, con un sorriso negli occhi che fa indovinare gli aneddoti ameni e le parole cortesi, e ispira, nello stesso tempo l'allegrezza e il rispetto". Ecco le due facce del vino: quello dello Steen è il veleno che trascina nell'ozio, all'instupidimento e alla prigione e va fuggito; quello del Van der Helst è invece quello che "fa alzare allo stesso tempo il calice la fronte e il pensiero" e va festeggiato come compagno fedele nella vita con gli altri e nel lavoro.


“Il vino, in Italia, è oggetto di un virtuale inspiegabile proibizionismo dilagante e subdolo. Il suo consumo viene sempre più criminalizzato per gli effetti nocivi che, se assunto in dosi eccessive, può causare alla salute o per i danni che lo stato di ebbrezza può arrecare a se stessi e agli altri. Come se fosse una delle tante droghe o una delle tante bombe superalcoliche che vengono ingurgitate nei locali notturni. L’ideale, dicono alcune associazioni di ex alcolisti, sarebbe vietarne completamente l’uso. Neanche fosse un veleno. Non siamo d’accordo: il problema è solo una questione di educazione, o meglio, di mancanza di educazione. Quella che nei secoli, allontanandosi dallo spirito autentico del simposio greco, ha minato, corroso e corrotto sempre di più il rapporto tra vino e uomini. Ma il vino non è solo un alimento, fa parte della nostra cultura, per certi versi è la nostra cultura. Per sottolinearne l’importanza storica, culturale e sociale abbiamo deciso di dedicare alcuni interventi all’”elogio del vino” richiamando le parole e il pensiero di illustri personaggi che lo hanno amato e rispettato. Il secondo appuntamento lo dedichiamo a Edmondo De Amicis (1846 -1908)”.