Allo stato attuale delle cose, in Italia le aziende agricole spariscono ad una media di 5.000 l'anno; nessun altro settore ha questa mortalità. Questo accade perchè prima del 1984 molte di queste aziende basavano il loro bilancio sulla produzione e sulla vendita del latte, come veniva fatto da generazioni secondo la tradizione contadina. Ora il latte non rende più come una volta: un litro di latte fresco di mungitura costa al contadino 0,37€ circa; in questo costo vanno conteggiate le ore di lavoro, le attrezzature (dai trattori per coltivare i campi alle mungitrici), il veterinario che controlla lo stato di salute delle vacche. Le spese sono molte e al bilancio di ogni anno deve essere associato un certo margine di rischio legato a vari fattori come, ad esempio, il tempo atmosferico.
Per garantire una sopravvivenza minima all'azienda agricola, occorre che al produttore vengano versati 0,40€ per ogni litro di latte. Questo solo per andare in pari con i conti e mettere qualcosa da parte per sè e la famiglia, senza considerare che non sarebbero sufficienti a coprire le spese di un mutuo per un nuovo macchinario.
Un litro di latte viene invece pagato al contadino circa 0,26€ al litro, meno dei costi di produzione. Come mai? Il fatto è che il latte veniva pagato dai diretti acquirenti degli allevatori grazie anche alle sovvenzioni stanziate dalle politiche agroalimentari, indipendentemente dal latte prodotto.
Dopo l'introduzione delle quote latte, ovvero quando le sovvenzioni all'agricoltura sono passate sotto il controllo delle politiche europee, viene pagata secondo le sovvenzioni solo la quota assegnata all'allevatore; il restante prodotto è così molto svalutato, tanto da mandare in perdita l'intera transazione.
I contadini hanno avuto la possibilità in passato di acquistare quote latte, ovvero dover comprare il loro naturale diritto a produrre a vendere latte di qualità ad un prezzo equo che permettesse loro la sopravvivenza. Solo pochi si sono potuti permettere una quantità sufficente, generalmente quelle aziende che da piccole imprese si sono dovute evolvere e riconvertire massicciamente per stare al passo con i tempi. Dove sta l'inghippo? Chi ha acquistato una quantità di quote latte esigue a causa del loro numero basso o del loro costo elevato è stato costretto a chiudere, vedendosi sottratto e commercializzato il diritto a produrre e non riuscendo più a far quadrare i bilanci.
Sulla carta, la manovra dell'Unione Europea mirava a riequilibrare le importazioni di prodotti alimentari, grazie anche ai dati raccolti sulla produzione dei vari prodotti in ogni singolo Stato. Sulla carta. Nella realtà la faccenda è più confusa.
Il primo punto che voglio chiarire è stato sollevato durante la puntata Annozero dedicata all'aumento di prezzo del latte.
Far produrre meno quantità di un bene ad una determinata zona comporta effettivamente un aumento del suo prezzo sul mercato, in quanto una scarsità di offerta a parità di domanda produce generalmente questo effetto; non si capisce se questo fosse effettivamente voluto e chi ne avrebbe beneficiato. Comunque sia il problema è un'altro e nasce nel momento in cui il nostro Paese, durante le trattazioni per fissare la propria quota, ha accettato di produrre metà del latte che abitualmente viene consumato nel territorio italiano. Questo, sempre sulla carta, doveva servire ad aumentare le importazioni di latte a favore degli altri stati membri, senza tenere conto che anche gli altri stati membri non avevano la possibilità di mantenere un simile regime di offerta.
Risultato: la produzione di latte è fortemente disincentivata in tutta Europa, soprattutto a livello locale; questo genera un mercato di importazioni da Stati dell'est Europa ed extra europei, che favorisce i bilanci delle aziende di distribuzione, non quelle di produzione.
Gli allevatori locali, sia quelli che sono stati costretti a chiudere le proprie aziende sia quelli che tuttora tirano la cinghia per continuare a produrre, si chiedono il senso della manovra: perchè favorire le importazioni di latte quando poteva invece essere incentivata l'economia locale, l'agricoltura biologica, i prodotti a chilometro zero ed il mercato diretto tra produttore e consumatore? Non solo, perchè favorire economicamente prodotti di dubbia fattura, spesso scadente ed importato dall'estero con marchio "made in Italy" (quindi contraffatto) a scapito di migliaia di attività agricole locali? A queste domande gli inviati non hanno trovato risposta.
Dalle risposte degli intervistati risulta evidente come le potenze politiche ed economiche non hanno idee, strumenti e capacità per agire in favore della popolazione, ovvero non si sono dimostrate attente e capaci di rispondere alle esigenze dei loro elettori e compratori. Sono stati indetti scioperi e manifestazioni nell'indifferenza della classe politica, sono state aperte inchieste solo per scontrarsi contro un muro di gomma silenzioso. Nello studio di Annozero (ma non solo lì) ci si chiede se questa politica faccia effettivamente al caso nostro; se questa istituzione vuole avere ancora la fiducia del suo elettorato, deve imparare ad essere più trasparente e in grado di rispondere alle obiezioni che le vengono mosse, senza chiudersi a riccio liquidando le richieste con modalità che rasentano il regime.
Analizzando molti dei prodotti con marchio "made in Italy" dell'industria casearia scopriamo un'elevato conenuto di furosina, una sostanza che determina indirettamente la qualità del latte. Secondo le analisi su un campione dichiarato di alta qualità abbiamo valori 6 volte superiori a quelli che si riscontrano su un campione di latte fresco, che fanno sospettare che almeno metà del prodotto sia stato tagliato con l'aggiunta di latte in polvere rigenerato. Il fatto che questo latte sia dichiarato "made in Italy" o prodotto fresco è una violazione della legge. Il latte in polvere è latte liofilizzato, quindi ha perso gran parte del suo patrimonio vitaminico (le vitamine sono molecole facilmente denaturabili, bastano minime variazioni di temperatura o della concentrazione d'acqua per renderle inservibili all'organismo), e il processo di rigenerazione è facilmente riscontrabile dall'elevata quantità di furosina.
Ecco quindi le conclusioni emerse ad Annozero: le grandi industrie di distribuzione e produzione di latte hanno acquistato una massiccia quantità di quote latte, lasciando i piccoli produttori a scannarsi per quelle poche rimaste disponibili, questo per poter giustificare le grandi quantità di latte vendute. Acquistandolo liofilizzato e a un prezzo inferiore si possono ricavare i logici profitti, senza che nessuno si preoccupi di verificare la quantità di vacche posseduta, che non risulterebbe proporzionale alla quantità di latte venduta ai distributori. Questo latte in polvere rientra nella quantità di latte certificato europeo, sovvenzionato dagli incentivi dell'UE, il che rappresenta una vera e propria beffa ai piccoli produttori che ora non hanno più la loro precedente attività.
Voglio aggiungere una nota personale. Questa, come altre, non sono battaglie perse per l'informazione. Fino a che tutto non sarà chiarito nei dettagli non possiamo accontentarci delle risposte che finora ci sono state fornite.



