Per entrare nei dettagli e capire a fondo questo protocollo è necessario analizzare il contesto storico in cui il modello venne sviluppato.
Durante il periodo del boom economico la contrattazione nazionale era di fatto ininfluente e i contratti venivano gestiti a livello aziendale; qui i sindacati potevano imporre le proprie condizioni anche in deroga alle disposizioni del contratto nazionale.
Agli inizi degli anni Ottanta la crisi economica e quella dei sistemi sindacali decretò un blocco pressoché totale della contrattazione a livello nazionale. Questa nuova situazione consentì a Confindustria di riportare il baricentro della trattazione contrattuale a livello nazionale, grazie al risolutivo “protocollo Scotti” del gennaio 1983 che introduceva di fatto il ritorno alla contrattazione a livello nazionale ammettendo deroghe solo in materia di inquadramento professionale e premi di produzione.
Per tutti gli anni Ottanta il sistema così impostato funzionò a dovere e nel 1993 si decise di ampliarlo e di inserire nuove regole. In particolare, nel tentativo di concertare, ovvero metter d'accordo, sindacati e industriali, venne stabilito un incremento minimo salariale pari al tasso di inflazione programmata e un rinnovo dei contratti ogni due anni.
A distanza di quindici anni il sistema ha mostrato i suoi limiti, soprattutto dopo l'adesione dell'Italia alla moneta unica europea. Da molte parti si osserva che il collegamento alla produttività o alla redditività aziendale di una porzione più ampia della retribuzione potrebbe consentire notevoli incrementi effettivi della retribuzione complessiva distribuita. Una soluzione in questo senso potrebbe portare benefici allo sviluppo del Mezzogiorno, dove minimi salariali inferiori sarebbero giustificati da un minor costo della vita. Di qui anche la proposta di consentire la deroga ai minimi stabiliti dal contratto nazionale, mediante contratto collettivo regionale o provinciale, in funzione di politiche di sviluppo concertate nella sede decentrata.
In altre parole il modello di concertazione, inteso come dialogo tra gli attori contrattuali con una forte mediazione dello Stato, non ha fallito ed è anzi tuttora uno dei capisaldi indispensabili per risolvere molti problemi anche esterni all'ambito dei contratti di lavoro. Ciò che ha fallito è la volontà da parte degli organi dello Stato preposti a far rispettare questo modello, basti pensare ad esempio ai continui scioperi di categoria legati al mancato rinnovo dei contratti nazionali.
Approfondimenti: Breve storia della contrattazione articolata da lavoce.info



